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I VINI DA DESSERT

Se la buona riuscita di un pranzo dipende, oltre che dalla qualità della cucina, anche dalla scelta dei vini che accompagnano i singoli piatti, il "sigillo" della raffinatezza è sicuramente legato al dessert ed al vino che lo accompagna.
I vini che chiudono un pranzo devono essere curati con particolare attenzione anche perchè è l'ultimo "incontro", quello che alla fin fine rimane con più assiduità nel ricordo.
Durante le festività natalizie l'esigenza di chiudere in bellezza un incontro a tavola, vuoi per gli immancabili ospiti, vuoi per tradizione, è particolarmente sentita, ed a questo punto il vino da dessert, da fine pasto, entra prepotentemente in gioco.

Per nostra fortuna il panorama enologico italiano del settore è particolarmente ricco, quindi avendo un'ampia scelta a disposizione questa in qualche modo ci facilita l'impegno, unica difficoltà è decidere se questa scelta deve essere indirizzata verso un vino secco oppure dolce.
In verità la quasi totalità dei consumatori, diciamo pure occasionali, è decisamente indirizzata verso il dolce, lo confermano anche le vendite che sotto Natale e capodanno subiscono una decisa impennata.
Quale vino scegliete allora?
Bella domanda, risponderebbe l'intervistato di turno anche per darsi importanza. Domanda ad onor del vero che si presta ad una sola risposta. Ognuno ha la sua filosofia in fatto di sapori e quindi, quasi sicuramente, deciderà per suo conto.
Per conto nostro invece una carrellata su questo autentico tesoro, su questa invidiabile e invidiata ricchezza enologica che dà vita ai vini da dessert, in vista dei prossimi cenoni celebrativi delle festività, intendiamo farla.
La scelta, come già detto è molto ampia, potrà variare dagli spumanti secchi, decisamente un classico abbinamento questo anche se piuttosto sbrigativo, agli spumanti demi-sec, ai vini dolci o abboccati. Apro una piccola parentesi: la qualità del dolce che chiuderà il pasto è importante per l'abbinamento del vino, anche se panettoni e pandori dovrebbero in queste occasioni farla da padroni facilitando il lavoro dato che non hanno particolari predilezioni. Il discorso però ci porterebbe troppo lontano continuiamo quindi con i nostri vini.
Ogni regione italiana, e per non fare lo sciovinista devo dire anche in diversi altri paesi, vanta importanti scelte in questo settore, da nord a sud il vino da fine pasto, molto spesso vino da autentica meditazione, è sempre presente e celebrato.
Che dire della Malvasia di Lipari, o dell'Aleatico di Portoferraio? Del Caluso secco o l'Erbaluce di Caluso, la sardegnola Monica, i vari Moscatì? L'Asti dall'antica fama, ma anche il Moscato Tren-tino sia nella versione dolce che secca, il raro Moscato Rosa, il Moscato d'Elba, e quello di Pantelleria, la Malvasia di Lipari e quella d'Asti, il Brachetto d'Acqui, il Moscato liquoroso dell'Oltrepò Pavese, il superbo Recioto della Valpolicella e quello di Soave, il Torcolato di Breganze, il friulano Picolit il massimo per la meditazione. E ancora: lo Sciacchetrà delle Cinque Terre, la Vernaccia di Serrapetrona, l'Aleatico di Gradoli e quello pugliese, il Salice Salentino. La Sicilia poi ha una serie infinita di vini da dessert, a parte il grande Marsala, un vino assolutamente sottostimato, abbiamo il Moscato di Noto, anche nella versione liquorosa, il già citato Moscato di Pantelleria e quello di Siracusa, la Malvasia delle Lipari e il Moscato Passito di Pantelleria. Malvasia è il nome italiano di una località del Peloponneso in Grecia, in passato sicuro scalo tra Occidente ed Oriente, a lungo contesa tra veneziani e turchi fu un importante mercato di vini, da essa prendono il nome vari vitigni che producono uve generalmente a frutto bianco destinate quasi totalmente alla vinificazione, alcune sono di sapore aromatico, come la Malvasia del Piemonte e quella delle Isole Lipari, altre di sapore neutro, come la Malvasia To-scana, ne esiste anche una a frutto nero, la Malvasia di Bari, che dà vita ad un vino detto Grechetto, piuttosto alcolico, liquoroso, di aroma delicato.
I vini passiti, tra i quali emerge prepotentemente il Vino Santo, nascono da uve tipologicamente diverse fra loro fatte appassire a lungo, con tecniche legate al luogo di produzione e consuetudini che il tempo ha codificato. Si caratterizzano per la lunga maturazione che avviene nel corso di parecchi anni in piccole botticelle, in Toscana chiamate "caratelli", che vengono tenute, in alcune regioni nella tradizionale in cantina, in altre nel sottotetto, quest'ultima collocazione viene considerata la migliore perchè in questo modo il vino subisce gli inevitabili sbalzi di temperatura, consentendo al freddo invernale di far precipitare i tartrati e al caldo estivo di stimolare la formazione degli eteri, divagazioni un po¹ troppo tecniche me ne rendo conto, ma che sono alla base della vasta gamma di sapori, dell'ineguagliabile varietà dei profumi che fanno di questi vini l'orgoglio dei produttori.
Un patrimonio di alta qualità, che va curato e protetto con grande determinazione, in grado di trainare in maniera positiva la penetrazione nei mercati soprattutto esteri, a questo proposito risulterebbe strategica la creazione di un'immagine ben identificabile, trainante, non solo per il vino, ma anche per valorizzare nel contempo il patrimonio storico-culturale e paesaggistico del territorio che lo produce. Generalmente questo territorio è radicalmente legato alla civiltà, agli usi e costumi di genti che nel corso della storia hanno saputo lavorate in sintonia con quella "terra" alla quale ora tutti sembrano guardare e sperare come ad un'Araba Fenice. Rinascere dalle proprie ceneri è sempre stato un traguardo per molti assai ambito, dall'orizzonte però assai evanescente e lontano. Buoni brindisi, in ogni caso, a tutti.
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Nevio Tomasutti